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Mediterraneo. Il mare delle donne.
2007-10-26 18:12:37 cri     

conversazione con Carmen Covito

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Il padre di mio padre costruiva navi. Aveva la qualifica di "maestro d'ascia", un titolo che parla di

un tempo in cui le navi si facevano ancora di legno. E almeno una nave con tanto legno pregiato la

costruì, mio nonno: lo so con certezza perché quella nave esiste ancora, è il veliero "Amerigo

Vespucci", nave scuola della Marina italiana, una nave bellissima che oggi rappresenta in tutto il

mondo la tradizione dell'Italia come paese di navigatori.

Ma quando io ero bambina già non si costruivano più navi così romantiche e mio nonno, il "maestro

d'ascia" che mi faceva immaginare vele gonfie di vento, tempeste nell'oceano e affascinanti pirati

all'arrembaggio, era in realtà un semplice operaio specializzato che saldava lamiere e avvitava

bulloni, perlopiù di mercantili, traghetti e navi da crociera. E però in quanto operaio dei cantieri

navali aveva il diritto e il privilegio di invitare tutta la famiglia ad assistere alla cerimonia del varo

delle navi. Erano cerimonie tutte uguali, che culminavano in una visione sempre spettacolare: nel

silenzio assoluto risuonava un grido rituale, "In nome di dio, taglia!", un'ascia (vera) calava a

spezzare una fune (simbolica), gli ultimi puntelli venivano sganciati e la gigantesca nave liberata

(erano tutte gigantesche, o così sembravano ai miei occhi) con un brivido cominciava lentamente a

scendere lungo lo scalo inclinato, poi accelerava e scivolava sempre più in fretta, fino a che si

tuffava in mare sollevando due ondate altissime, schiumose, mentre da tutte le navi nel porto si

alzava un clamore di fischi e di sirene, e di campane da tutta la città.

Prima del taglio della fune, però, c'era un'altra fase della cerimonia, e, ripensandoci adesso, sembra

piuttosto strana, perché accoppiava elementi che nella nostra logica occidentale sono normalmente

considerati opposti: sacro e profano, uomo e donna, acqua e vino. Prima toccava al vescovo

benedire la nave spruzzando l'acqua santa e recitando formule religiose, poi quell'uomo di chiesa si

faceva da parte e sul palco avanzava una donna, in genere la moglie di qualcuno di importante, una

signora sempre molto elegante e molto presa dal suo ruolo di madrina: toccava a lei battezzare la

nave neonata lanciando una bottiglia di spumante a infrangersi contro la prua. In nome di quale dio?

Difficile che fosse lo stesso dio del vescovo. Più probabile che, senza saperlo, la signora elegante

diventasse per un momento la sacerdotessa di una dea dimenticata, e molto antica.

Infatti, se ripenso a quel vino che cola spumeggiando lungo la murata d'acciaio, la prima cosa che

mi viene in mente è il "mare color del vino" dell'antichità classica, un mare Mediterraneo oscuro,

cupo, che faceva paura a chi lo doveva affrontare con piccole barche insicure, un mare abitato da

divinità potenti e capricciose che bisognava esorcizzare, placare con offerte abbondanti e, se

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