La misteriosa morte della compagna Guan
  2009-10-01 13:56:52  cri
Qiu Xiaolong

La misteriosa morte della compagna Guan

2.

Alle quattro e mezza di quello stesso giorno, l'ispettore capo Chen Cao, comandante in capo della squadra casi speciali, divisione omicidi, Dipartimento di polizia di Shanghai, era ancora all'oscuro del caso.

Era un afoso venerdì pomeriggio. Di tanto in tanto, fuori dalla finestra del suo nuovo monolocale al secondo piano di una costruzione in mattoni grigi si potevano udire le cicale frinire da un pioppo. Dalla finestra poteva osservare l'intenso traffico che si muoveva lentamente lungo via Huaihai, ma a giusta distanza, senza sentirne il rumore. La posizione dello stabile era molto comoda, vicino al centro del quartiere Luwan; impiegava meno di venti minuti a piedi per raggiungere Nanjing verso nord, oppure il Tempio del Dio della città a sud, e nelle chiare notti estive poteva sentire la brezza odorosa del fiume Huangpu.

L'ispettore capo Chen avrebbe dovuto essere nel suo ufficio, e invece si trovava nel suo appartamento, solo, a cercare di risolvere un problema. Sdraiato su un divano di pelle, con le gambe distese su una sedia girevole grigia, stava analizzando una lista scritta sulla prima pagina di un blocco per appunti. Scarabocchiò alcune parole e poi le barrò, guardando fuori dalla finestra. Vide la sagoma svettante di una gru che si ergeva nella luce del pomeriggio, stagliandosi su di un nuovo edificio a circa un isolato di distanza. Il complesso condominiale non era stato ancora terminato.

Il problema con il quale si stava misurando l'ispettore capo, cui avevano appena assegnato un nuovo appartamento, era la sua festa d'inaugurazione della casa. Ottenere un appartamento a Shanghai era un evento degno di celebrazione, per quanto lo riguardava ne era immensamente soddisfatto e, nell'entusiasmo del momento, aveva mandato degli inviti. Adesso stava pensando a come avrebbe intrattenuto i suoi ospiti. Non se la sarebbe cavata con una semplice cena fatta in casa, l'aveva avvertito Lu, soprannominato il Cinese d'oltremare. Per un'occasione di tale portata ci voleva la lista degli invitati. Wang Feng, Lu Tonghao e sua moglie Ruru, Zhou Kejia e sua moglie Liping. Gli Zhou avevano telefonato poco prima per avvisare che forse non sarebbero potuti venire a casa di una riunione all'Università Normale della Cina Orientale. In ogni caso era meglio preparare anche per loro.

Il telefono sul mobiletto squillò; si alzò e prese il ricevitore.

- Casa Chen.

- Congratulazioni, ispettore capo Chen! – disse Lu. – Ah, posso sentire un delizioso profumino nella tua nuova cucina!

- Spero proprio che tu non mi stia chiamando per dirmi che arriverete in ritardo, Cinese d'oltremare Lu. Contavo su di voi.

- Ma certo che veniamo. È solo che il "pollo del mendicante" ha ancora bisogno di un paio di minuti nel forno. Il miglior pollo di tutta Shanghai, garantisco. Solo ed esclusivamente aghi di pino delle Montagne gialle per cucinarlo, e sentirai che gusto speciale. Non preoccuparti: non ci perderemmo la tua festa di inaugurazione per nulla al mondo, fortunello.

- Grazie.

- Non dimenticarti di mettere delle birre in frigo. E anche i bicchieri. Fa una gran differenza.

- Ci ho già messo una mezza dozzina di bottiglie. Qingdao e Bud. E non si scalda il liquore di riso di Shaoxing finché non arrivate, giusto?

- Bene, adesso ti puoi considerare un mezzo gourmet. Forse anche più di mezzo. Non c'è dubbio che fai presto a imparare.

In questo commento c'era tutto Lu. Perfino attraverso il filo del telefono poteva avvertire nella sua voce tutta l'eccitazione alla prospettiva di una cena. Raramente Lu riusciva a parlare per più di due minuti astenendosi dal portare la conversazione sul suo argomento preferito: il cibo.

- Con il Cinese d'oltremare Lu come maestro, potrei fare dei progressi.

- Ti darò una nuova ricetta stasera, dopo la festa, - disse Lu. – Che colpo di fortuna, caro compagno ispettore capo! I tuoi antenati devono aver bruciato fasci di incensi al Dio della buona sorte. E anche al Dio della cucina.

- Be', mia madre ha bruciato degli incensi, ma a quale divinità non lo so proprio.

- Lo so io, a Guanyin. Una volta l'ho vista che si genufletteva di fronte a un'immagine d'argilla, - dev'essere stato più di vent'anni fa – e gliel'ho chiesto.

Agli occhi di Lu, l'ispettore capo Chen si era imbattuto nella buona sorte, o in una qualsiasi divinità della mitologia cinese che gli aveva portato fortuna. A differenza della maggior parte della gente della sua generazione, anche se apparteneva alla "gioventù istruita" che aveva il diploma liceale, nei primi anni settanta Chen non era stato mandato in campagna "per essere rieducato da poveri contadini della classe medio-bassa". In quanto figlio unico aveva potuto rimanere in città, doveva aveva studiato inglese per conto suo. Finita la Rivoluzione cultura, era stato ammesso all'Istituto di lingue straniere di Pechino con un ottimo voto in inglese e aveva poi ottenuto un lavoro al Dipartimento di polizia di Shanghai. Ed ecco ora un altro colpo di fortuna: in una città sovrappopolata come Shanghai, con più di tredici milioni di persone, c'era una grave penuria di abitazioni. E nonostante questo, gli era stato assegnato un appartamento singolo.

Il problema degli alloggi godeva a Shanghai di una lunga tradizione. Piccolo villaggio di pescatori durante la dinastia Ming, Shanghai era cresciuta fino a essere una delle più prosperose città dell'Estremo Oriente, con compagnie e fabbriche che spuntavano come germogli di bambù dopo una pioggia di primavera, e gente che vi si riversava da tutte le parti. Lo sviluppo delle abitazioni smise di tenere il passo durante il dominio dei signori della guerra del Nord e del governo nazionalista. Quando i comunisti presero il potere nel 1949, la situazione volse inaspettatamente al peggio. Il presidente Mao incoraggiò l'incremento della natalità, fino a fornire addirittura sussidi alimentari e assistenza gratuita. Ma le disastrose conseguenze di questa politica non tardarono a venire alla luce: famiglie formate da persone di due o tre generazioni furono compresse in un'unica stanza di dodici metri quadri. Presto la disponibilità di case divenne un argomento scottante per la gente impiegata nelle "unità lavorative" – fabbriche, compagnie, scuole, ospedali o uffici di polizia, - cui ogni anno veniva assegnato un numero fisso di case direttamente dalle autorità della città. Dipendeva dall'unità lavorativa decidere quale impiegato avrebbe avuto un appartamento. Parte della soddisfazione di Chen derivava dal fatto di avere ottenuto l'appartamento grazie alla speciale intercessione della sua unità lavorativa.

Mentre preparava la sua festa d'inaugurazione, affettando un pomodoro per un contorno, si ricordò di quando alle elementari cantava una canzone sotto il ritratto del presidente Mao, una canzone molto in voga negli anni sessanta. L'interesse del Partito mi scalda il cuore. Non c'era nessun ritratto del presidente Mao nel suo appartamento.

Non era un appartamento lussuoso: non c'era una vera cucina, ma solamente uno stretto corridoio con un paio di fornelli compressi in un angolo, con un armadietto appeso sopra. Né si poteva parlare di un vero bagno: una cabina sufficiente a contenere appena un water e un quadrato di cemento con una doccia di acciaio inossidabile; di acqua calda non se ne parlava nemmeno. C'era però un balcone che poteva servire da rispostiglio per bauli di vimini, ombrelli da riparare, sputacchiere di ottone arrugginito o qualsiasi cosa non fosse degna di essere stivata nella stanza. Non possedendo cose del genere, Chen aveva messo sul balcone solo una sedia di plastica pieghevole e alcuni scaffali di una libreria.

L'appartamento gli andava bene.

C'erano state alcune proteste in ufficio a causa dei suoi privilegi. Sapeva bene che per quelli con più anni di servizio o con famiglie più numerose, che ancora erano in lista di attesa, la sua recente acquisizione era un altro esempio dell'ingiusta politica dei nuovi quadri dirigenti, ma decise per il momento di non pensare a queste spiacevoli rimostranze. Si doveva concentrare sul menu della serata. Non aveva molta esperienza in tema di preparazione di feste. Con un libro di cucina in mano, concentrò la sua attenzione sulle ricette definite "di facile esecuzione". Anche quelle richiedevano un certo tempo, ma sulla tavola cominciarono ad apparire, uno dopo l'altro, piatti colorati, che portavano nella stanza una piacevole mistura di aromi.

Alle sei meno dieci aveva finito di preparare la tavola; si fregò le mani, contento del risultato dei suoi sforzi. Come portate principali c'erano bocconi di stomaco di maiale su un letto di napa verdi, sottili fette di carpa affumicata adagiate sopra delicate foglie di jicai e gamberetti al vapore con salsa di pomodoro. C'era inoltre un piatto di anguille con scalogno e zenzero, che aveva ordinato a un ristorante. Aveva anche aperto una scatola di maiale al vapore Meiling e ci aveva aggiunto delle verdure per fare un piatto in più; a parte, preparò un piattino di fette di pomodoro e uno di cetrioli. Quando fossero arrivati gli ospiti, avrebbe fatto una zuppa con il sugo del maiale in scatola e dei sottaceti.

Stava scegliendo una pentola dove scaldare il liquore di Shaoxing, quando suonò il campanello.

La prima ad arrivare fu Wang Feng, una giovane giornalista del "Giornale di Wenhui", uno dei quotidiani della Cina. Attraente, giovane, intelligente, sembrava avere tutte le caratteristiche di una giornalista di successo. In quel momento non aveva con sé la sua valigetta di cuoio nero, ma reggeva tra le braccia un enorme dolce di pinoli.

- Congratulazioni, ispettore capo Che! – esclamò. – Che appartamento spazioso!

- Grazie. – Rispose prendendo il dolce dalle sue braccia.

La condusse in giro per cinque minuti. L'appartamento sembrava piacerle molto, guardava dappertutto, aprendo le porte degli armadi, e saltò nel bagno, dove si sollevò sulle punte dei piedi per toccare il tubo della doccia e il doccino nuovo.

- Anche il bagno!

- Be', come la maggior parte degli abitanti di Shanghai, ho sempre sognato di avere un appartamento in questa zona – disse porgendole un bicchiere di vino frizzante.

- E hai anche una magnifica vista dalla finestra, - continuò lei, - sembra quasi un quadro.

Wang si appoggiò alla finestra, appena ridipinta, le caviglie incrociate, il bicchiere in una mano.

- Tu lo stai facendo diventare un quadro – disse lui.

Nella luce del pomeriggio che filtrava dalle tapparelle, la sua carnagione era di porcellana opalescente, gli occhi era luminosi, a mandorla, lunghi appena da suggerire un carattere ben definito, i suoi capelli neri scendevano fino a metà schiena. Indossava una maglietta bianca e una gonna a pieghe, con un'alta cintura di coccodrillo che fasciava la sua vita da "vespa emancipata" e sottolineava il seno.

Vespa emancipata, un'immagine inventata da Li Yu, l'ultimo imperatore della dinastia Tang del sud, nonché brillante poeta, che aveva descritto l'incantevole bellezza della sua concubina favorita in numerose celebri poesie. L'imperatore poeta temeva di spezzarla in due stringendola troppo stretta. Si dice che l'uso di fasciare i piedi abbia avuto inizio durante il regno di Li Yu. Dei gusti altrui non si discute, pensò Chen.

- Cosa intendi dire? – chiese lei.

- Con sì sottile vita, lei danza leggera sul mio palmo – le disse, cambiando la fonte non appena si ricordò della tragica fine della concubina dell'imperatore, che si annegò in un pozzo quande cadde la dinastia Tang. – Il celebre verso di Du Mu non ti rende giustizia.

- Un altro dei tuoi falsi complimenti scopiazzati dalla dinastia Tang, mio poetico ispettore capo?

Adesso riconosceva la donna dotata di ironia che aveva incontrato per la prima volta nell'edificio del "Wenhui", pensò Chen con gioia. Le ci era voluto un bel po' di tempo per riprendersi dall'abbandono di suo marito. Studente in Giappone, l'uomo aveva deciso di non fare ritorno in Cina allo scadere del suo visto. Wang ovviamente l'aveva presa male.

- Poeticamente solo – disse lui.

- Con questo nuovo appartamento non hai più scuse per rimanere celibe. – Vuotò il contenuto del bicchiere e i suoi lunghi capelli ondeggiarono.

- Potresti presentarmi qualche ragazza.

- Hai bisogno del mio aiuto?

- Perché no, dal momento che desideri aiutarmi? – cercò di cambiare argomento. – E a te come vanno le cose? Intendo dire il tuo nuovo appartamento. Scommetto che presto ne avrai uno tutto per te.

- Ah, se solo fossi un ispettore capo, un astro nascente della politica.

- Oh sì, è vero, - disse sollevando il bicchiere, - mille grazie.

Era vero, almeno in parte.

Il loro primo incontro era stato di carattere professionale. Le era stato commissionato un articolo sui "poliziotti della gente", e le aveva fatto il suo nome il segretario del partito Li del Dipartimento di polizia di Shanghai. Mentre parlava con Chen nel suo ufficio, il suo interesse si andava via via spostando molto più sul suo modo di passare le serate che non sul suo lavoro durante il giorno. Gli avevano pubblicato diverse traduzioni di gialli occidentali. Non che la giornalista fosse una patita del genere, ma in ogni caso aveva intravisto un taglio diverso per il suo articolo. Anche i lettori apprezzarono l'immagine di un ufficiale di polizia giovane e colto, che "lavora fino a tarda notte, traducendo libri per allargare gli orizzonti delle sue competenze professionali, mentre la città di Shanghai dorme tranquilla." L'articolo colpì anche l'attenzione di un importante viceministro a Pechino, il compagno Zheng Zuoren, che pensò di avere trovato un nuovo modello per il ruolo. Era dovuto anche alla raccomandazione di Zheng se Chen era stato promosso ispettore capo.

Era invece vero solo in parte che Chen avesse scelto di tradurre gialli per arricchirsi professionalmente: più che altro, essendo all'epoca un ufficiale di polizia di primo livello, aveva bisogno di entrate extra. Aveva anche tradotto un'antologia di poesia imagista americana, ma per il lavoro l'editore gli aveva offerto solo duecento copie invece delle percentuali.

- Eri veramente sicura del motivo per il quale traducevo? – le chiese.

- Ma certo, come ho sostenuto nel mio articolo: "lo spirito di dedizione del poliziotto della gente". – Rise e inclinò leggermente il suo bicchiere nella luce del sole. Adesso non era più la giornalista che gli aveva parlato con serietà, seduta dritta al tavolo dell'ufficio, con un blocco di appunti aperto davanti. E lui non era più un ispettore capo, ma solo un uomo con una donna di cui amava la compagnia, a casa sua.

- È passato più di un anno dalla prima volta che ci siamo incontrati nel corridoio della redazione del "Wenhui" – disse riempiendole il bicchiere di vino.

- Il tempo è un uccello./ A volte si posa, e a volte vola – disse lei.

Erano versi di una breve poesia di Chen intitolata Separazioni: gentile da parte sua ricordarsene.

- La tua fonte di ispirazione dev'essere stata una separazione difficile da dimenticare – disse. – Una separazione da qualcuno di molto caro.

L'istinto le diceva la verità, pensò Chen. La poesia riguardava la sua separazione da un'amicizia molto cara, anni prima a Pechino, ed era ancora viva nella sua memoria. Non ne aveva mai parlato a Wang. Lei lo stava osservando con occhi scintillanti al di sopra dell'orlo del bicchiere, bevendo lentamente un lungo sorso di vino.

C'era forse una nota di gelosia nella sua voce?

La poesia era stata scritta molto tempo prima, ma ora non aveva voglia di parlare di cosa l'aveva spinto a farlo. – Una poesia non deve per forza riguardare direttamente la vita del poeta. La poesia è impersonale. Come disse T.S. Eliot, non è lasciando che le proprie crisi emotive...

- Che cosa? Crisi emotive? – la voce concitata del Cinese d'oltremare Lu irruppe nella loro conversazione. Quindi Lu stesso piombò dentro la stanza reggendo un enorme "pollo del mendicante", con una cravatta rosso acceso e un vestito alla moda bianco con grosse spalle imbottite che rendeva più che mai voluminosi la sua faccia paffuta e il suo corpo abbondante. La moglie di Lu, Ruru, sottile come un germoglio di bambù e spigolosa in un vestito attillato giallo, portava invece una grossa pentola di ceramica marrone.

- Di cosa stavate parlando voi due? – chiese Ruru.

Lu mise il cibo sul tavolo e quindi si gettò sul sofà di pelle nuovo, guardandoli con un'espressione esageratamente interrogativa.

Chen non rispose alla domanda con il pretesto di scartare indaffarato il pollo del mendicante: aveva un profumo delizioso. Si supponeva che la ricetta sia stata inventata da un mendicante che cucinò il pollo avvolto in foglie di loto e terra sotto un cumulo di ceneri. Il risultato fu un successo strepitoso. Lu doveva aver impiegato parecchio tempo per cucinarlo.

Si volse verso la pentola di ceramica. – E questo cos'è?

- Calamari in umido con maiale – spiegò Ruru. – Il tuo piatto preferito ai tempi del liceo, dice Lu.

- Compagno ispettore capo – continuò Lu, - elemento in ascesa del Partito, e per giunta poeta romantico, non penso tu abbia bisogno del mio aiuto, non in questo nuovo appartamento e non con una giovane bella come un fiore al tuo fianco.

- Di che cosa sta parlando? – chiese Wang.

- Oh, solo della cena, che profumino delizioso... Penso che se non cominciamo subito avrò una convulsione.

- È fatto così, si dimentica completamente le buone maniere con i suoi vecchi amici – spiegò Ruru a Wang, che aveva incontrato in una precedente occasione. – Ormai solo l'ispettore capo Chen lo chiama "Chinese d'oltremare".

- Sono le sette – disse Chen, - se non sono ancora qui, vuol dire che il professor Zhou e sua moglie non verranno più. Iniziamo.

Non c'era una sala da pranzo; con l'aiuto di Lu, Chen apparecchiò il tavolo pieghevole e dispose le sedie. Quando era solo, Chen mangiava sulla scrivania, ma aveva acquistato tavolo e sedie pieghevoli per occasioni come quella.

La cena si rivelò un grande successo. Chen aveva dubitato delle sue capacità di cuoco, ma i suoi ospiti fecero sparire rapidamente tutte le pietanze, piacque soprattutto la zuppa improvvisata: Lu gli chiese perfino la ricetta.

Alzandosi da tavola, Ruru si offrì di lavare i piatti in cucina. Chen protestò, ma Lu intervenne: - La mia vecchia donna non deve essere privata della possibilità di fare mostra delle sue femminili virtù domestiche, compagno ispettore capo.

- Sciovinisti – disse Wang seguendo Ruru in cucina.

Lu lo aiutò a sparecchiare la tavola, a riporre gli avanzi, e preparò una teiera di Oolong.

- Ti devo chiedere un favore, vecchio mio – disse Lu, reggendo una tazza tra le mani.

- Di che cosa si tratta?

- Ho sempre sognato di aprire un ristorante. Per un ristorante, la posizione è tutto. Ho cercato in giro per un bel po', e adesso ho trovato l'occasione della mia vita. Hai presente La Città dei frutti di mare in via Shanxi, no?

- Sì, ne ho sentito parlare.

- Il proprietario, Xin Gen, ha il vizio del gioco, gioca notte e giorno. Non sta dietro al locale e tutti i suoi cuochi sono una manica di idioti. È fallito.

- E tu vorresti provarci.

- Per una posizione del genere, il prezzo che Xin chiede è incredibilmente basso. È talmente disperato che non dovrei pagare l'intera somma. Vuole il quindici per cento di acconto. Quindi ho bisogno solamente di un prestito per iniziare. Ho già venduto le poche pellicce che mi ha lasciato il mio vecchio, ma siamo ancora sotto di parecchie migliaia.

- Non avresti potuto scegliere un momento migliore, Cinese d'oltremare. Ho appena ricevuto due assegni dalla casa editrice Lijiang – disse Chen. – Uno per la ristampa di L'enigma della bara cinese e un anticipo per Il passo silenzioso.

In realtà non era un gran bel momento; Chen meditava di comprare alcuni mobili per il suo nuovo appartamento e aveva visto una scrivania di mogano in un negozietto economico a Suzhou, in stile ming, forse addirittura autentico artigianato della dinastia Ming, per cinquemila yuan. Costava parecchio, ma avrebbe potuto essere la scrivania giusta su cui scrivere le sue future poesie. Molti critici si erano lamentati del fatto che si fosse allontanato dalla tradizione della poesia classica cinese, e la scrivania antica avrebbe potuto veicolare fino a lui messaggi del passato. Così aveva scritto una lettera al direttore Liu della casa editrice Lijiang per chiedere un anticipo.

Chen tirò fuori i due assegni, li firmò sul retro, ne aggiunse uno suo, e li diede tutti a Lu.

- Ecco qua – disse, - invitami a cena quando il tuo ristorante sarà sulla cresta dell'onda.

- Te li restituirò – disse Lu, - con gli interessi.

- Interessi? Ancora una parola sugli interessi e me li riprendo.

- Allora mettiti in società con me. Devo fare qualcosa, vecchio mio. Oppure andrò in crisi con Ruru stanotte.

- Di che cosa state parlando voi due, ancora di crisi?

Wang stava ritornando dalla cucina, seguita da Ruru.

Lu non rispose. Si spostò invece a capotavola, fece tintinnare il bicchiere con un bastoncino e cominciò un discorso: - Devo fare un annuncio. Ruru e io siamo da molti mesi impegnati a preparare l'apertura di un nuovo ristorante. L'unico problema era che ci mancava il capitale. Ma adesso, grazie a un più che generoso prestito del mio amico compagno ispettore capo Chen, il problema è risolto. Sobborgo di Mosca, il nuovo ristorante, sarà inaugurato presto, molto presto. Sappiamo dai giornali che stiamo entrando in un periodo nuovo per la Cina socialista. Qualche vecchia cariatide si lagna del fatto che la Cina stia diventando capitalista più che socialista, ma cosa importa? Etichette, nient'altro che etichette. Basta che la gente abbia una vita migliore. E noi stiamo per avere una vita migliore.

E anche il mio vecchio amico se la passa molto bene. Non solo ha ricevuto una promozione – già ispettore capo a trent'anni appena compiuti – ma ha anche questo meraviglioso appartamento nuovo. E una splendida giornalista è intervenuta alla sua festa di inaugurazione. Che la festa abbia inizio!

Sollevò il bicchiere e mise una cassetta nel registratore, e le note di un valzer cominciarono a librarsi nella stanza.

- Sono quasi le nove. – Ruru stava guardando l'orologio. – Non posso saltare il turno di domani mattina.

- Non preoccuparti – disse Lu, - chiamerò e dirò che sei malata. Influenza estiva. E anche tu, compagno ispettore capo, non provare a dire nemmeno una parola sul tuo lavoro di poliziotto. Lasciatemi essere veramente un Cinese d'oltremare almeno per una notte.

- È quello che sei – sorrise Chen.

- Un Cinese d'oltremare – aggiunse Wang, - che beve e danza per tutta la notte.

L'ispettore capo Chen non era bravo a ballare.

Durante la Rivoluzione culturale, la sola cosa che si avvicinasse all'idea di danza per i cinesi, era la Danza della Lealtà. La gente batteva a terra un piede all'unisono per dimostrare la sua fedeltà al presidente Mao. Ma si diceva che anche in quegli anni si tenessero molte fantastiche danze tra le alte mura della città proibita. Si diceva che il presidente Mao, ballerino provetto, avesse "le gambe ancora intrecciate alla sua compagna di danze anche dopo il ballo". Se queste notizie piccanti da tabloid fossero inventate, nessuno lo può dire. Sicuramente i cinesi non poterono ballare senza la paura di essere denunciati alle autorità fino alla metà degli anni ottanta.

- Meglio che danzi con la mia leonessa – disse Lu con scherzosa rassegnazione.

La scelta di Lu fece di Chen l'unica possibilità per Wang.

Chen, per nulla dispiaciuto, si inchinò nel prendere la mano che lei gli porgeva.

Era lei la più dotata fra i due ballerini, e conduceva, più che essere condotta, nell'angusto spazio della stanza. Volteggiava girando e girando ancora sui tacchi alti, lievemente più alta di lui, i capelli fluttuanti sulle pareti bianche. Doveva guardare verso l'alto per vederla mentre la teneva tra le braccia.

Una canzone lenta e sognante che si snodava nella notte. Tenendogli una mano sulla spalla, lei si tolse le scarpe. – Stiamo facendo troppo rumore – disse sollevando lo sguardo verso di lui con un sorriso radioso.

- Che ragazza premurosa – disse Lu.

- Che bella coppia – aggiunse Ruru.

Di fatto, era veramente premuroso da parte sua. Anche Chen aveva cominciato a preoccuparsi per il rumore. Non voleva che i vicini protestassero. Alcune musiche invitavano a ballare un lento. Non facevano alcuno sforzo mentre la melodia andava e veniva, come onde che li lambivano. Lei era leggera a piedi scalzi, agile, e ciocche dei suoi capelli gli solleticavano il naso. A un certo punto, quando cominciò una nuova melodia, lui tentò di prendere l'iniziativa e di farla girare – ma un po' troppo bruscamente; lei cadde verso di lui e lui sentì il corpo di lei aderire al suo in tutta la sua lunghezza, morbido e flessuoso.

- Dobbiamo andare – dichiarò Lu alla fine della canzone.

- Nostra figlia sarà preoccupata – aggiunse Ruru, prendendo la pentola di ceramica che aveva portato.

La decisione dei Lu giunse inaspettata, era difficile credere che appena mezz'ora prima Lu si fosse definito "Cinese d'oltremare" per la notte.

- Sarà meglio che vada anch'io – disse Wang, staccandosi da lui.

- No, lei deve restare – disse Lu scuotendo con decisione la testa. – Non è bene per gli ospiti lasciare in contemporanea una festa per l'inaugurazione di una casa.

Chen comprese il motivo per cui i Lu volevano andarsene; Lu era un cospiratore solitario e sembrava che si divertisse un mondo a giocargli un tiro a fin di bene.

Fu una gradita sorpresa che Wang non insistesse per andarsene con loro. Cambiò invece la cassetta con una che lui non aveva mai sentito. I loro corpi si strinsero. Era estate e lui poteva sentire le sue forme morbide sotto la maglietta, la sua guancia sfiorava i capelli di lei. Profumava di gardenia.

- Hai un buonissimo profumo.

- Oh, è il profumo che mi ha mandato Yang dal Giappone.

La consapevolezza del contrasto che c'era a danzare da solo con lei in una stanza mentre suo marito era in Giappone lo innervosì. Sbagliò un passo e le pestò i piedi scalzi.

- Come mi dispiace. Ti ho fatto male?

- No – disse. – In realtà mi fa piacere che tu sia inesperto.

- La prossima volta cercherò di essere un partner migliore.

- Basta che tu sia te stesso – disse lei, - nel modo...

Il vento cessò. Le tende a fiori smisero di muoversi. La luce della luna filtrò nella stanza, illuminandole il viso. Era un viso giovane e vivace. E in quel momento toccò una corda, una molla nascosta dentro di lui.

- Ricominciamo? – chiese lui.

Fu allora che squillò il telefono. Trasalì e guardò l'orologio sulla parete. Lasciò riluttante la mano di lei e prese il ricevitore.

- Ispettore capo Chen?

La voce che sentì gli era familiare, ma era come se venisse da un mondo sconosciuto. Scrollò rassegnato le spalle: - Sì, sono Chen.

- Parla l'investigatore Yu Guangming, le riferisco un caso di omicidio.

- Cos'è successo?

- È stato trovato il corpo nudo di una giovane donna in un canale a ovest della contea di Qingpu.

- Sto... sto arrivando – disse mentre Wang andava a spegnere la musica.

- Forse non è necessario. Sono già stato sul posto. Adesso il corpo verrà portato all'obitorio. Volevo solo farle sapere che sono andato io perché non c'era nessun altro nell'ufficio e non sono riuscito a rintracciarla.

- Hai fatto bene. Anche se siamo una squadra speciale, se non c'è nessun altro di disponibile dobbiamo intervenire.

- Domani mattina farò un rapporto più dettagliato.

Poi l'investigatore Yu aggiunse, con un leggero ritardo: - Mi scusi se ho disturbato lei e i suoi ospiti, nel nuovo appartamento.

Doveva aver sentito la musica in sottofondo. Chen credette di cogliere una nota di sarcasmo nella voce del suo assistente.

- Non importa – disse Chen. – Se hai perlustrato la scena del delitto, penso che possiamo parlarne domani insieme.

- Allora ci vediamo domani. Buona festa, nel nuovo appartamento.

Senza dubbio c'era del sarcasmo nella voce di Yu, pensò Chen, ma era anche comprensibile da parte di un collega che, pur essendo più anziano di lui, non aveva avuto fortuna nell'assegnazione della casa.

- Grazie.

Depose il ricevitore, si voltò e vide che Wang era in piedi vicino alla porta. Si era messa le scarpe.

- Impegni più importanti ti chiamano, compagno ispettore capo.

- Un nuovo caso, ma se ne stanno già occupando – disse. – Non occorre che tu te ne vada.

- È meglio – ribatté Wang. – È tardi.

La porta era aperta.

Rimasero uno di fronte all'altra.

Dietro di lei, attraverso la finestra del corridoio, si potevano vedere le strade scure; dietro di lui, illuminato di luce bianchissima, il nuovo appartamento.

Si salutarono con un abbraccio.

Uscì sul balcone, ma non riuscì a vedere nemmeno per un attimo la sua figura snella che scompariva nella notte. Riuscì solo a sentire un violino da una finestra aperta sopra la curva della strada. Gli vennero alla mente due versi della Cetra di Li Shangyin:

La cetra, senza motivo alcuno, ha metà delle sue corde rotte,

Una corda, un bischero, che evocano il ricordo degli anni giovanili.

Li Shangyin, poeta piuttosto difficile della dinastia Tang, era famoso soprattutto per queste strofe ambigue, che certamente non parlavano dell'antico strumento musicale. Perché lo avesse improvvisamente assalito la memoria di questi versi, non avrebbe saputo dirlo.

L'omicidio?

Una giovane donna. Una vita stroncata nel suo fiore. Tutte le corde rotte. I suoni perduti. Una vita vissuta solo a metà.

O c'era qualcos'altro?

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