Gli Ambasciatori culturali ci salveranno

Francesco Rutelli 2019-12-19 10:38:51
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L'Italia ha lo specifico interesse di contribuire ad orientare il confronto internazionale sui binari della conoscenza, del dialogo interculturale e della crescita degli strumenti e delle produzioni del pluralismo culturale. Ha l'interesse a sviluppare la propria Diplomazia Culturale come assetto nazionale. Sicuramente nella relazione con la Cina.




I capisaldi moderni della Diplomazia Culturale non possono prescindere dal contributo italiano ovvero dalle espressioni culturali scaturite dal nostro Paese, a beneficio dell'arricchimento umanistico delle classi dirigenti e della crescita civile dei popoli del mondo. Ciò ha reso veramente peculiare il profilo della nazione italiana. E vale anche grazie all'apertura alle altrui culture, che resta scolpita nel celebre motto di Orazio sul "feroce vincitore che si lascia conquistare dal popolo che ha conquistato" ("Graecia capta ferum victore cepit").

Come altrimenti potremmo definire Johann Wolfgang Goethe, se non come uno dei primi Ambasciatori Culturali del mondo moderno? E come si potrebbero qualificare le sue riflessioni e le sue esperienze al di fuori di una relazione imprescindibile e profonda con l'italia? Quale miglior fondamento della moderna Diplomazia Culturale universale potrebbe rinvenirsi, se non nelle "Lettere a Miranda" di Antoine Quatremère de Quincy (1796), in cui l'intellettuale francese si batte contro il trafugamento da Roma a Parigi dei capolavori d'arte italiana razziati da Napoleone come bottino di guerra, "per il pregiudizio che provocherebbe alle Arti e alla Scienza la rimozione dei monumenti dell'arte italiana"? Che musica esisterebbe, senza il contributo italiano - incluso quello lessicale - dagli inizi dell'età moderna? Che vicende umanistiche e scientifiche potremmo leggere, senza Leonardo e Galilei (e Fermi, e tanti contemporanei). Potrebbe darsi una disciplina del Paesaggio o una moderna analisi dei "contesti" senza l'unicità delle trasformazioni e dei trimillenari adattamenti e della pluralità fisica, naturalistica, ambientale, storica, dei paesaggi, dei centri minori e delle città italiani?

Che cosa meglio, se non sbalorditive prove di diplomazia culturale sono state le esperienze - da contestualizzare ed interpretare nei loro rispettivi tempi - dei nostri viaggiatori, da Marco Polo, a Cristoforo Colombo, all'avventuriero Amerigo Vespucci, a Matteo Ricci? Quale sintesi del rispetto e dell'ascolto dell'altro può essere più efficace dell'espressione coniata da San Bernardino da Siena, per cui il Padre Eterno " hatti dato due orecchie et una lingua, perché tu oda più che tu non parli"? Quale prova di sorprendente universalismo può ritrovarsi in un'opera come la Fontana dei Fiumi, commissionata da Innocenzo X e realizzata quasi 400 anni fa dal Bernini in piazza Navona, simboleggiante non le acque che attraversavano lo Stato Pontificio, ma il Nilo, il Rio della Plata, il Danubio ed il Gange?

Ovviamente contraddirei l'assunto di queste pagine se limitassi la nostra considerazione alla rilevanza storica delle forme culturali italiane: la nostra forza di potenza della cultura e' infatti data propriamente dall'intreccio di questo lascito con le novità contemporanee. È un intreccio dinamico e trasformativo.

Si tratta di capire, dunque, se vi sia uno spazio reale per lo sviluppo di una dottrina e di un'azione organizzata di Diplomazia Culturale italiana di fronte alle tendenze in atto: di ritorno ai sovranismi; di una vera e propria crisi esistenziale di universalismo e cosmopolitismo transnazionale (accusati spesso nel discorso pubblico di essere mere espressioni del potere delle élite); sino al passaggio dello scettro di diplomatici culturali dai Goethe o Picasso agli influencer su Instagram o all'affermazione di aedi anti culturali, operanti attraverso settarismo, propaganda e disinformazione, strumentalizzazione o falsificazione della storia, manipolazioni che egemonizzano il dibattito delle idee.

La mia opinione è risolutamente affermativa. L'Italia ha lo specifico interesse di contribuire ad orientare il confronto internazionale sui binari della conoscenza, del dialogo interculturale e della crescita degli strumenti e delle produzioni del pluralismo culturale. Ha l'interesse a sviluppare la propria Diplomazia Culturale come assetto nazionale. E ciò è tanto più importante in quanto noi conseguiamo più attrattiva e maggiori interessi proprio non caratterizzandoci con pretese di penetrazioni neo-coloniali, né di arroganza egemonica, attraverso gli strumenti della cultura. Questo è particolarmente importante, in un mondo divenuto multipolare, nel rapporto con grandi paesi come la Cina. La Cina non è una potenza economica nata dal nulla, come pensano alcuni: rappresenta una civiltà plurimillenaria che torna ad occupare il suo posto nel mondo. La Cina ha un’autentica, alta - e diffusa - considerazione sia per il nostro patrimonio culturale, che per le nostre industrie creative contemporanee. La Diplomazia Culturale italiana nel rapporto con governo e popolo cinese ha dunque un valore multiplo: valorizza sorgenti di relazioni storiche di assoluto valore tra le nostre civiltà; crea una base di conoscenza e condivisione indispensabile nei rapporti economici e commerciali; contribuisce a costruire relazioni solide e stabili con un Paese destinato ad essere un interlocutore strategico nella comunità internazionale.

Questi fattori confermano che una rinnovata Diplomazia Culturale dell’Italia può legare positivamente interessi internazionalistici e multilaterali e l’interesse nazionale.

L'autore è il Presidente del Forum culturale Italia Cina e di Anica - Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali


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