​Intervista a Zhong Nanshan

2020-02-17 17:34:58
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Zhong Nanshan, accademico dell’Accademia cinese di Ingegneria e celebre esperto di malattie respiratorie, è stato uno dei personaggi di spicco nella lotta contro l’epidemia di SARS scoppiata in Cina nel 2003 ed è anche il capo del Gruppo di ricerche scientifiche sull’attuale epidemia.

A partire dall’8 febbraio si era cominciato a registrare una diminuzione costante dei nuovi casi di contagio accertati. Secondo lei, siamo arrivati a un punto di svolta?

Ancora è presto per dirlo. Secondo me ci vorranno ancora dei giorni. Il numero dei nuovi casi accertati è un importante indicatore. Il fatto che non si registri più un forte aumento è certamente una buona notizia. Ma è ancora presto per parlare di punto di svolta.

Teoricamente i nuovi casi accertati non dovrebbero aumentare di molto. Ma, la situazione a Wuhan, dove è esplosa l’epidemia, è diversa da quella degli altri luoghi. Lì gli sforzi sono al momento rivolti principalmente alla conferma delle diagnosi e all’isolamento dei pazienti contagiati; mentre nelle altre città è più importante condurre diagnosi precoci e provvedere ad isolare immediatamente i pazienti che hanno contratto il virus. La diminuzione dei casi dimostra che queste contromisure funzionano.

Secondo Lei quanto durerà questa epidemia?

Nel 2003 la SARS è durata circa cinque, sei mesi. Credo che il nuovo coronavirus non durerà così a lungo. Poiché, dopo l’inizio della terza ondata di infezioni, sono state adottate a livello nazionale forti misure e abbiamo piena fiducia di riuscire a prevenire un nuovo grave scoppio. Naturalmente, stiamo ancora conducendo in maniera incessante le ricerche scientifiche relative.Quali progressi hanno ottenuto le misure di prevenzione e controllo a Wuhan? Quali sono i nuovi rischi e come affrontarli?

Attualmente il lavoro fondamentale a Wuhan consiste nel diminuire le infezioni all’interno degli ospedali. Sarebbe un fatto molto grave se gli ospedali divenissero i luoghi principali di infezione. Occorre il sostegno di tutto il Paese. Inoltre, c’è urgente bisogno di costruire ospedali come quello di Xiaotangshan nella lotta contro la SARS del 2003, per trattare particolarmente i malatti infettati dal nuovo coronavirus. (A Wuhan, dopo soli dieci giorni da quando è stato progettato, il 3 febbraio è entrato in funzione l’Ospedale Huoshenshan per curare i malati contagiati dal coronavirus, ndr).

Lei è il capo del Gruppo di ricerche scientifiche dell’epidemia. Come procedono le ricerche?

Vanno piuttosto bene. Il compito principale degli ospedali e dei medici è trattare i malati e diminuire il più possibile il numero dei decessi. La ricerca scientifica offre un supporto in questo senso, ma c’è ancora tanto da fare. Ora non possiamo condurre dei rigidi controlli randomizzati come in passato, osserviamo invece alcuni nuovi trattamenti clinici durante le procedure mediche.

Stiamo testando alcuni farmaci, ma non siamo ancora venuti a capo dei problemi fin qui riscontrati. Vi sono indizi che lasciano supporre che alcuni di questi farmaci possano essere efficaci, ma servono ulteriori osservazioni.

Una delle questioni che maggiormente interessa la gente è: quando sarà possibile arrivare ad un vaccino contro il nuovo coronavirus?

Ci vuole tempo per sviluppare un vaccino. Ho chiesto ad alcuni esperti e mi hanno detto che, nel migliore dei casi, ci vogliono almeno tre o quattro mesi. In questo momento i tecnici stanno lavorando sugli anticorpi neutralizzanti. Abbiamo accelerato le ricerche e cerchiamo nel contempo di trovare altri metodi più veloci. Ma per produrre un vaccino serve tempo.

Quest'improvvisa epidemia sta mettendo alla prova la capacità della Cina di rispondere alle crisi sanitarie interne, il suo sistema di governo e le sue capacità di governare il Paese, oltre che la sua immagine di grande Paese che ha l'abilità di farsi carico delle responsabilità che derivano da tale ruolo. Allo stesso tempo l’epidemia sta mettendo a dura prova la gente. Nell’affrontare l’epidemia, la Cina ha agito in maniera rapida e mettendo in campo una serie di misure imponenti, che le sono valse il plauso dell’dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Dall’influenza H1N1 del 2009 che è iniziata negli Usa e si è poi diffusa in 214 regioni e Paesi, causando più di un milione e 632 mila contagi e quasi 285 mila decessi, all’epidemia di Ebola nell’Africa occidentale del 2014 e quella scoppiata nella Repubblica Democratica del Congo nel 2018, l’umanità non ha mai smesso di combattere le epidemie...

Come ha detto il direttore generale dell’UNESCO Audrey Azoulay “i virus non hanno nazionalità”. In questo momento la Cina sta impiegando tutte le sue forze per contrastare quest’epidemia e spera di ricevere dagli altri Paesi comprensione e sostegno. Si augura inoltre che i suoi sforzi siano valutati in maniera giusta e obiettiva.

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